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Little Italy, viaggio di gusto

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New York. Per chi mette piede per la prima volta nella Grande Mela l’emozione è unica. Vedere, conoscere, capire, assaporarne ogni angolo…la voglia è enorme. Pronta a superare anche la stanchezza. E cresce man mano che diminuiscono le ore in volo attendendo di toccare il suolo americano e soprattutto fantasticando – i racconti di amici, parenti e conoscenti sono solo l’incipit di un viaggio straordinario – su aneddoti e curiosità legati a questo universo che nell’immaginario di tanti conserva un tocco di magico e suggestivo senza eguali in nessun altra parte del globo. Ognuno viene qui per riscoprire un po’ della sua patria. Del cibo e del vino che, migliaia e migliaia di anni fa, Etruschi, Greci e Romani ci hanno insegnato ad amare prima ancora che a coltivare. Delle produzioni tipiche italiane trapiantate oltreoceano. Dei necessari adattamenti a gusti diversi da quelli originari. Del coraggio di valorizzare sapori e saperi di una volta al di là delle mode del momento. Dell’assoluta determinazione a portare avanti tradizioni apprese dai trisnonni all’insegna della qualità.

 

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L’enogastronomia italoamericana

Diventare amici dei “nostri antenati” sbarcati lì all’inizio del secolo scorso – e talvolta anche a fine Ottocento – per metter radici oltreoceano e realizzare il sogno di una vita esportando le tradizioni enogastronomiche della penisola. Questo facciamo a New York. Penna e taccuino alla mano e carichi di due emozioni: entusiasmo da vendere e irrefrenabile desiderio di condividere la nostra passione per il food&wine. Ci dirigiamo subito nella Little Italy. Obiettivo: far tappa nei loro laboratori produttivi tramandati di generazione in generazione, vere e proprie fucine di idee e baluardi della nostra identità oltre i confini nazionali, in una terra che li ha accolti a suon di sacrifici e ferrea volontà di arrivare; assaggiare curiosi le delizie realizzate dalle loro mani, sapienti ed orgogliose; guardare emozionati i loro occhi che ci scrutano chiedendo approvazione; strappar loro sorrisi a trentadue denti quando gli confermiamo la genuinità di ciò che ci offrono; farci coccolare nelle loro botteghe – accudite quotidianamente con dedizione assoluta – dove pullulano ad ogni ora del giorno avventori delle più disparate nazionalità desiderosi di assaggiare un boccone di tutte le bontà che dall’Italia trovano spazio in bella vista sugli scaffali.

 

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 Il quartiere di oggi…

La Little Italy, però, ci riserva un’amara sorpresa. Un conto è leggere solo del suo lento spegnersi, toccarlo con mano è tutt’altra storia. Un autentico tuffo al cuore. Sentir parlare la nostra lingua ci consola, in quell’idioma che sa di americano ma che ci resta impresso per sempre nella memoria per la familiarità e il calore che comunica. Nel 1940 c’erano 2772 famiglie, oggi pochissime vivono in quello che è stato il centro della vita e porto sicuro degli italoamericani negli States. Tra Houston e Canal, Broadway e The Bowery, resta una minuscola colonia stanziata qui da oltre due secoli per portare avanti la propria filosofia di vita. Un credo sincero, intimo e radicato nella parte più profonda di se stessi, orgogliosamente scandito da ricordi, tradizioni, usanze, modi di essere e di pensare prima ancora che di dire, tutti italiani. Ebbene sì. Perché qui, nel cuore di New York, nonostante l’imperante avanzata di Chinatown che si allarga a nord, SoHo che si espande da ovest e le altre aree elegantemente ribattezzate NoLiTa (North of Little Italy) e NoHo, le streets che percorriamo tra Mulberry, Elisabeth, Broome e Mott profumano ancora di Campania, Sicilia, Calabria e Basilicata.

…e quello di ieri

Una volta Little Italy era un enorme villaggio napoletano ricreato sul versante orientale dell’oceano Atlantico, il quartiere italiano più noto dopo Italian Harlem fra Lexington Avenue e l’East River, Arthur Avenue nel Bronx e quello fra Bensonhurst, Carroll Gardens e Astoria a Brooklyn, nel Queens e a Staten Island. Oggi è un crogiuolo di vicoli a ridosso di Gran Street dove sono solo un ricordo i tempi in cui, finito il lavoro, ci si distraeva fra una partita a scopone al Café Sambuca o un taglio di capelli da Sal su Mott Street.

 

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 Food? Si grazie, ma italiano

Certo, ad ogni angolo non si contano i ristorantini che si estendono nelle strade dove ci portano a tavola piatti italiani, più e meno saporiti. Ce ne sono alcuni con giardini posteriori per godersi il fresco delle serate estive, altri con tavolini disseminati lungo le traverse del quartiere dove c’è l’imbarazzo della scelta per dedicarsi pasta con i broccoli, peperonate e pizze piuttosto che un’amatriciana o una zuppa di fagioli. E queste sono soltanto alcune delle proposte che troviamo passeggiando in zona. Tra negozi dove potete assaggiare cannoli siciliani e gelati, oltre all’immancabile caffè, il babà e i pastries cioè dolcetti ai gusti più disparati, ci strizza l’occhio all’improvviso il “Ciao” di un ristorante italiano, anche a menù fisso: qui il pollo può diventare un diktat assoluto insieme agli spaghetti alla carbonara o la lasagna “all with salad” (vale a dire con l’immancabile abbinamento di insalata), propinata di solito indistintamente accanto tanto ai primi quanto ai secondi o alla pizza. E che dire del Caffè Roma – disponibile per feste di compleanno e matrimoni – che offre fine italian pastries assieme a cappuccino, granita, tiramisù e soprattutto spumoni. Le coloratissime ed invitanti vetrine di alcuni negozietti dove campeggia in bella vista la scritta Best quality sono strapiene di parmigiano di pezzatura e stagionatura varia, prosciutti e salami, biscotti al limone, olio ed aceto balsamico, e non mancano neppure le paste fresche. Sono stati gli Alleva ad impiantare uno dei primi pastifici qui, oggi gestito dai Piemonte: ancora oggi trovate fusilli, gnocchi, ravioli (su tutti quelli con melanzane), cannelloni e altri trafile (anche rosse con zucca, verdi e nere cioè con olive), tortelloni con broccoli, zucca, funghi porcini, olive nere e pollo affumicato, da condire con i sughi fatti a mano senza dimenticare di berci su un sorso di limonata, un chinotto o un’aranciata. E se avete voglia di formaggio, niente paura: anche in questo caso potete scegliere tra fiordilatte, pecorini, mozzarelle e ricotta.

 

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 Un museo tutto per noi

La storia dei nostri connazionali arrivati nella Big Apple è documentata dall’Italian American Museum, nel cuore del sobborgo, dove fa capolino innanzitutto una targa dedicata a Peter Caesar Alberti, primo colonizzatore di cui si ha notizia sbarcato qui nel lontano 2 giugno 1635. In suo onore, questa data è diventata Alberti day. E poi ci sono documenti e tracce legate ai grandi che hanno portato alto il nome della penisola oltreoceano, dal mondo della scienza (Antonio Meucci ed Enrico Fermi) a quello dello sport (il mezzofondista Luigi Beccali, trionfatore alle Olimpiadi di Los Angeles e il campione di baseball Joe Di Maggio) fino al panorama cinematografico e musicale (il produttore Dino De Laurentiis, i cantanti Frank Sinatra e Lady Gaga, il chitarrista dei Duran Duran Warren Cuccurullo, gli attori Rodolfo Valentino, Quentin Tarantino, Robert De Niro, Danny DeVito, Leonardo Di Caprio, Paris Hilton, Jon Bon Jovi e Michael Bublé) e potremmo star qui per giorni…

Maristella Di Martino

Giornalista e scrittrice enogastronoma, sommelier e maestro assaggiatore di formaggi, è dottore di ricerca specializzato nella comunicazione enogastronomica e nel marketing territoriale (soprattutto nell'organizzazione di eventi). leggi tutto

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