Osteria dall’oste, antichi sapori in un’oasi di Pellezzano - Pianeta Gourmet - giornale su gusto e benessere

Osteria dall’oste, antichi sapori in un’oasi di Pellezzano

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Voglia di trascorrere una serata al fresco lontano dai ritmi frenetici della city, di godere di qualche ora di relax in un luogo immerso nel verde, di sbriciare ogni tanto nella cucina a vista dell’oste e di riassaporare un po’ di storia? Se la risposta è sì, il nostro racconto vi suggerirà un luogo da scoprire senza fretta. Perché all’Osteria dall’oste di Fabrizio Marotta occorre pazienza dal momento che ogni pietanza è preparata al momento.

 

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A pochissimi chilometri dal centro di Salerno, all’inizio del comune di Pellezzano, precisamente nel parco intitolato a Federico Wenner, c’è un oste che quotidianamente apre bottega dopo aver ultimato personalmente tutte le incombenze relative alla spesa per poi dedicarsi, anima e corpo, alla cucina. Predilige la tradizione e parte da una materia prima sempre di qualità e sempre del territorio, campano ma non solo, per deliziare il palato dei suoi ospiti col sorriso sulle labbra. Il suo obiettivo è far rivivere esperienze del palato che ricordano le tavolate con i nostri parenti, sapori antichi che ritornano prepotenti nella nostra mente dall’infanzia, profumi che necessitano di concentrazione e perciò da gustare a cellulare spento. Lo scrive in una sorta di dichiarazione programmatica che fa capolino su una parete della sala e che condivide tutte le volte con i suoi ospiti: niente distrazioni tecnologiche ma condivisione libera con i rispettivi commensali per lasciarsi andare ad un viaggio del gusto che vi farà tornare anni indietro.

 

Quella che fu la serra dei Wenner, una delle famiglie più facoltose che dalla Svizzera decisero di scommettere sul comune di Pellezzano per impiantarvi importanti industrie tessili a metà Ottocento, e che Fabrizio custodisce come casa sua da più di dieci anni si celebra il cibo nella sua essenza più sincera. Senza artifizi né particolari mistificazioni. E il contesto stesso profuma di storia. C’è un silenzio che incanta e se fate attenzione, proprio di fronte all’osteria, scorgete una stradina, via Filanda, dove ancora oggi sorgono i villini svizzeri, le antiche costruzioni realizzate fra il 1840 e il 1847 su progetto dell’architetto Stefano Gasse al servizio dei re Borboni di Napoli. Lo spazio che un tempo era dedicato alla cura delle piante è stato perfettamente riadattato con uno stile originale e lasciando le belle vetrate che illuminano l’interno, interamente scandito da legno, sughero e suppellettili d’epoca. Nulla è lasciato al caso. La cura dei dettagli è stata ed è il leitmotiv costante delle attività di Fabrizio che ha forgiato il locale a sua immagine e somiglianza. Con le sue mani e insieme ai suoi figli. Al maggiore, Gianfranco, è affidata l’accoglienza degli ospiti e la cura della sala, mentre la braceria è il regno di Riccardo. Fabrizio, invece, è in cucina. Appena entrate, infatti, vi danno il benvenuto un bel salottino di vimini e una grande brace dove vengono cotte le carni selezionate che arrivano fumanti a tavola. Nella sala più grande, invece, i lampadari lasciano volentieri il posto a vecchie pentole di rame a cui è riservato il compito di illuminare l’ambiente rendendolo caldo e accogliente. Fabrizio è instancabile a ricercare prodotti di eccellente qualità (che è possibile acquistare anche in loco), a riproporre le vecchie ricette delle nonne e a portare avanti la sua filosofia di cucina. D’estate, poi, è possibile cenare anche all’aperto, nel parco antistante la struttura, perfettamente integrata nel contesto circostante.

 

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Tifoso da sempre della Salernitana (e non a chiacchiere perché se lo è tatuato anche sulla pelle!), non si definisce ristoratore. “Sono un umile oste che ha voluto creare un posto familiare dove sentirsi subito a proprio agio – ci racconta – amo questo lavoro e non potrei fare altro”. E per uno che da rappresentante di prodotti zootecnici si è trasformato in oste per passione i risultati non sono tardati a venire. Fin da piccolo scopre di avere un grande grande amore per la cucina: trascorre il tempo ad osservare i rituali ai fornelli delle donne di casa, capisce il valore del cibo perché dalle nostre parti non si butta via niente e anche dagli avanzi si creano tante pietanze, vede industriarsi la mamma e la nonna con mille ricette, fotografa gesti, incamera informazioni e si fa custode inconsapevole di tanti segreti. Da autodidatta, sperimenta ed impara, si lascia conquistare dal profumo di una ricca genovese e resta affascinato dalla mamma che il sabato sera dà il via alle danze per mettere a pippiare il ragù per la domenica. I suoi ricordi riaffiorano non senza un pizzico di nostalgia: “La pasta fatta in casa da mia nonna per me è proverbiale – ci confida – io ero addetto a girare la macchinetta e la vedevo destreggiarsi ai fornelli con una naturalezza che mi lasciava senza parole”. La sua filosofia di cucina, quindi, è presto detta. E ce la svela sorridendo: “Meglio un quaderno della nonna che un libro di Cracco”. Ce l’ha impressa anche come biografia di Facebook, giusto per non dare adito a dubbi. Fa parte dell’Alleanza dei cuochi di Slow Food ma, ancora prima di questo riconoscimento, si è fatto in quattro per procurarsi prodotti a chilometro zero. Da lui potete gustare una cucina di terra ma, se volete, basta avvertirlo per assaggiare anche il pesce. Se poi siete curiosi, come noi, di sapere il suo piatto del cuore, vi accontentiamo: la genovese. E il suo segreto in cucina ha un solo nome: l’olio extravergine d’oliva. Ma per friggere solo quello di arachidi. E il rituale della frittura delle patatine nella “cardarella” vi farà fare un autentico tuffo nel passato. Provare per credere!

Maristella Di Martino

Giornalista e scrittrice enogastronoma, sommelier e maestro assaggiatore di formaggi, è dottore di ricerca specializzato nella comunicazione enogastronomica e nel marketing territoriale (soprattutto nell'organizzazione di eventi). leggi tutto

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